Diario dei laboratori – Lo Psicodramma Sonoro-Musicale

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Report di Ada Dibello

Il laboratorio che si è svolto in quest’ultimo weekend a Lecce, condotto magistralmente dal Dott. Niccolò Cattich, ha avuto come tema “Lo psicodramma sonoro–musicale”, metodo che prevede un assetto gruppale e che può avere carattere psicoterapico, riabilitativo e integrativo. Le caratteristiche dello psicodramma si fondono con quelle del dialogo sonoro, tipico della musicoterapia attiva, dando vita ad un diverso approccio ai vari disagi psichici. L’improvvisazione sonoro-musicale fa da sostegno alla rappresentazione di scene di vita autobiografica, in cui l’utente ha l’opportunità di spostare il proprio punto di vista, ponendosi in una posizione di osservazione alternativa. Nell’ottica del linguaggio sonoro-musicale, si ha l’occasione di esperire i vissuti attraverso la rappresentazione simbolica, nella quale tutti i contenuti affettivi che emergono vengono ricalcati dal musicoterapeuta. In sintesi, la musica è posta al servizio del teatro.

Dopo una breve presentazione teorica, si è allestito il setting per un’improvvisazione sonoro-musicale, successivamente alla quale ci è stato chiesto di riportare alla mente una situazione autobiografica. A questo punto il docente ha individuato un membro del gruppo, una nostra compagna, alla quale è stato chiesto di costruire la sua scena, inserendovi tutti i partecipanti nel ruolo di personaggi, affidando loro uno strumento musicale e indicando le caratteristiche specifiche di ciascuno. Nel corso della rappresentazione il prof. Cattich rappresentava il “doppio” del protagonista, contattandolo fisicamente con una mano sulla spalla, identificandosi in lui, facilitando e rafforzando l’emergere dei vissuti. Talvolta metteva in luce elementi in ombra, facendo emergere vissuti inconsci. Il protagonista ha anche potuto spostarsi su altri personaggi, avendo così l’occasione di osservare il medesimo aspetto da un differente punto di vista. Nell’osservare questa scena non ho potuto fare a meno di immedesimarmi nell’esperienza, provando un intenso coinvolgimento, riflettendo su quanto sia possibile in questo modo comprendere alcune parti di sè, anche le più nascoste. Non ci si rende conto, ma spesso quello che c’è non si vede e quello che non c’è è visibile, in quanto ognuno di noi si costruisce un’immagine di sé.
Conclusa la rappresentazione, i partecipanti al setting hanno proceduto con la verbalizzazione. Senza dubbio un’attività di questo tipo è per il protagonista un’esperienza molto forte, nella quale i vissuti emersi possono essere già conosciuti, ma anche riservare delle sorprese.
Il docente si è preoccupato di ribadire che l’arteterapeuta NON psicoterapeuta deve saper dare dei rimandi oggettivi sul piano analogico, senza spingersi nel campo dell’interpretazione, che non è di sua competenza.

L’attività successiva, che ha coinvolto un’altra compagna, prevedeva invece l’immaginazione dei colori primari: rosso, giallo e blu. Alla “protagonista” è stato chiesto di scegliere altri tre membri del gruppo, che secondo lei ben incarnavano le caratteristiche dei tre colori, affidando loro un determinato strumento musicale. Anche questa attività mi ha molto coinvolta, mi sono immedesimata nel ruolo del protagonista, rispondendo alle domande del “doppio” e immaginando quello che io avrei detto a riguardo se fossi stata al suo posto. In questa attività è il protagonista/utente che parla, nel tentativo di cogliere aspetti concreti all’interno della metafora (cosa rappresentano e cosa significano per lui i tre colori), sfruttando così la possibilità di guardarsi dentro in modo esplorativo. Tutto è oggettivabile, e non vi è alcuna esigenza interpretativa.  La stessa attività la si può svolgere anche “giocando” con i colori secondari (viola, arancione e verde).
La tipologia di lavoro svolto rientra nell’ambito integrativo, poiché la persona esterna parti di sé integrandole all’immagine che già ha in mente (funzione di chiarificazione).

Nel pomeriggio poi ci siamo divertiti a cucinare….il protagonista, elencando i vari ingredienti necessari per la preparazione di una pietanza, ha associato alcuni membri del gruppo ad un ingrediente, assegnando ad ognuno di loro uno strumento musicale. Ci è stato spiegato che la scelta dello strumento è bene farla fare al paziente, in modo da esercitarsi nelle possibili associazioni, tipiche di una drammatizzazione sonora. Questa attività ha di per sé una doppia valenza: educativa e riabilitativa. Occorre attenzione e concentrazione sull’avvicendarsi degli avvenimenti e in maniera ludica, creativa e simbolica il terapeuta ha la possibilità di seguire il paziente. Con questa attività è emerso quanto sia necessario avere cura nella scelta degli strumenti musicali. Ognuno di questi ha una determinata caratteristica, dalla quale non possiamo prescindere per ottenere il risultato desiderato. Uno strumento che risuona da più l’idea di umido, che ben si addice agli ingredienti con questa caratteristica, mentre uno strumento con un suono più secco può essere associato ad ingredienti asciutti.

Nell’ attività successiva ci è stato chiesto di scegliere uno dei quattro elementi: terra, aria, fuoco e acqua. Per ogni singolo elemento potevamo considerare alcune caratteristiche piuttosto che altre (ad esempio, l’elemento aria lo si può intendere sotto diverse forme ed intensità: atmosfera, soffio, brezza, vento forte, uragano). Alcuni membri del gruppo, rappresentando elementi differenti, hanno scelto personalmente uno strumento e il protagonista, guidato dal “doppio”, ha potuto girare fra i vari elementi in ordine di intensità. A turno hanno suonato ciò che rappresentavano e il protagonista ha poi commentato quanto suscitava in lui quel suono. Questo lavoro, di tipo integrativo, è una conferma, un rinforzo di quello che ciascuno di noi pensa di sé, ma ci aiuta anche a scoprire delle affinità con altri aspetti psicologici. Come accaduto nelle attività precedenti e in quelle successive, mi sono molto immedesimata nel protagonista, giocando mentalmente su come avrei suonato determinate caratteristiche dei vari elementi. Ognuno di noi ha un’idea propria e reagisce in modo differente.

Le altre attività le abbiamo svolte lavorando sulla rappresentazione di un sogno, introducendo anche il “doppio sonoro”, figura inerente la sfera affettiva, che ha il compito di ricalcare lo stato d’animo del paziente.

Il docente ci ha poi proposto un altro lavoro ancora, utilizzando i nostri segni zodiacali. Esperienza davvero interessante vedere i segni dello zodiaco associati ad alcuni metalli che dovevamo rappresentare attraverso i suoni. Le curiosità, chiamiamole così, che emergevano, destavano in tutti noi molto stupore. Quando ho partecipato a questa attività, sono stati chiamati al centro coloro che fanno parte del segno del toro (il mio) e della bilancia. La consegna è stata quella di suonare con gli strumenti il senso chimico del rame. Io ho utilizzato il metallofono e un tamburello con sonagli per un richiamo ad ornamenti femminili, per simboleggiare la preziosità di questo elemento, la fluidità nel momento in cui viene fuso e la sua duttilità. Questo metallo viene associato a Venere, simbolo della femminilità, della tenerezza, della mediazione, tant’è vero che i due segni sono governati dall’omonimo pianeta. A turno, tutti siamo stati protagonisti in questa attività che ci ha visti coinvolti in maniera molto ludica e personalmente mi ha fatto riflettere su quello che era è emerso.
Senza ombra di dubbio, lo psicodramma risulta essere un lavoro molto interessante ed efficace, che richiede allenamento per poterlo gestire al meglio nelle diverse fasi.

Ringrazio il folto gruppo presente, che ha partecipato con armonia e propositività, ringrazio chi si è messo in gioco e chi ha voluto donare una parte di sé. Ringrazio molto il prof. Cattich per quello che ci ha trasmesso, sempre scrupolosamente attento nel seguire i nostri passi e incoraggiandoci nell’utilizzo di questo metodo con i nostri pazienti.

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